Francesca De NicolÒ - july 04
FDN - Parlatemi del vostro rapporto con la rete, lo so questa domanda è di una portata totale, ma intendo proprio, del vostro rapporto corpo/la rete, quando interagite con il tecnologico lo sentite come un’espansione in una sorta percezione immanente del corpo?
M&R - La Rete è parte del cyberspace, e quest’ultimo rappresenta, non solo per noi, un “oltre” esistenziale, un’estensione della realtà, un luogo concettuale che è tutt’altro che virtuale. Un luogo dove noi tutti svolgiamo, più o meno consapevolmente, una parte sempre più rilevante della nostra attività quotidiana. Ma anche un luogo dove lasciamo, fosse pure in forma di profilo ad uso dei marketers, tracce di identità che ci sopravviveranno.
Quotidianamente, insomma, ci cimentiamo in una sorta di performance. Con pochi click del mouse siamo messi nella condizione di oltrepassare una soglia percettiva e concettuale. Estendiamo la nostra natura biologica poiché ne estendiamo le categorie base, come la percezione fisica dello spazio e la relatività del tempo, conquistando un’ubiquità elettronica. Approdiamo così ad una dimensione esistenziale rinnovata, dove coscienza & azione si addizionano ritmicamente, disciogliendosi, in questo caso all’interno di una luminescente utopia delle Reti.
Ma non siamo proprio certi che questa rinnovata dimensione coscienziale, sinestetica e pulsante, sia del tutto inedita. Forse, a ben vedere, questa esperienza ci appartiene da sempre, fin dalle più antiche radici della nostra cultura.
Noi riteniamo, infatti, che la “nuova” forma mentale sia indubbiamente indotta dalle possibilità date da mezzi nuovi, ma anche che essi vadano a colpire un bersaglio antico. La “Dura Madre”, per dirla con felice espressione degli studiosi di anatomia, ovvero la corteccia cerebrale più antica e quindi, attraverso di essa, la coscienza pre-razionale, sinestetica e “magica” che è all’origine della nostra dimensione culturale.
FDN - Che ne pensate del sublime tecnologico teorizzato da Costa, condividete?
M&R - Quello di “sublime tecnologico” è un concetto che presuppone a sua volta l’esistenza di una nozione, quella di soggetto debole, che è tale perché sopraffatto da qualche cosa che non è soggetto, ovvero la tecnologia.
Certamente la tecnologia ha trasformato la situazione antropologica generale, creando un contesto profondamente mutato, in cui l’uomo ritorna a misurarsi con il senso della propria finitezza, resa evidente dalla difficoltà di governare le complessità da lui stesso generate. E tali complessità, prima che fuori, sono sempre stata dentro di lui, per destino esistenziale.“E dalle sue mani febbrili/non escono senza fine che limiti”, scriveva Giuseppe Ungaretti, nel secondo dei suoi “Inni” del “Sentimento del Tempo”, significativamente intitolato “La pietà”.
L’ineluttabilità del destino dell’uomo non ne snatura però la soggettività, anzi. Le tecnologie hanno portato ad un’auto-consapevolezza che è il risultato non voluto e paradossale di un processo che dall’illusione di poter dominare gli eventi è sfociato nel suo opposto: la certezza di questa impossibilità. Il senso del tragico greco in salsa high-tech.
E' questa una situazione di reale debolezza del soggetto? Riteniamo, al contrario, che ciò rappresenti l’esaltazione della sua forza, ottenuta magari al prezzo di rischiare una pesante perdita: il senso della collettività. La rappresentazione tragica classica invece, è significativo ricordarlo qui, serviva proprio a riconciliare l’antinomia (apparente) individuo/destino, individuo/società componendola all’interno di una prospettiva metastorica, pacificata e profondamente umana. A nostro avviso questo rimane un orizzonte assai istruttivo.
Il professor Costa, tornando alla domanda iniziale, a corollario di quanto ricordato più sopra a proposito del “sublime tecnologico”, delinea un processo di oltrepassamento del concetto di espressione, a cui segue logicamente il venir meno del concetto di stile. In altre parole, vengono dichiarate morenti, perché percepite come inerti, le categorie che definiscono/definivano il campo d’azione dell'arte.
Forse è (anche) così, ma la coesistenza di forme definite dal professor Costa “nuove” accanto a quelle definite da lui “vecchie” è un atto di strumentale razionalizzazione che sottintende un “prima” e un “dopo” e uno “sbagliato” e un “giusto”, che suonano complessivamente come una tardiva e crociana suddivisione fra “poesia” e “non poesia”. Ciò, a nostro avviso, è il frutto di un processo di ontologizzazione di un criterio di ricerca, a cui consegue un ulteriore processo di sovrapposizione ideologica di questo alla realtà effettuale (e non usiamo a caso questo termine “machiavellico”). Conseguenza di un tale atteggiamento è, a nostro avviso, la semplificazione eccessiva e strumentale della complessità dei fenomeni, culturali e non.
Ma proprio la natura così estrema della complessità globale e la coesistenza concettuale e temporale di situazioni e impostazioni anche radicalmente differenti costituiscono l’elemento di vera novità del contemporaneo.
Non dimenticando, però, che la tendenza è sempre stata storicamente questa, anche se magari non si presentava caratterizzata, come è oggi, da questa estrema dilatazione e minuta frammentazione. A titolo di esempio, il seicento è il secolo del marinismo lussureggiante, ma anche dell’asciutta prosa scientifica galileiana. E’ però facilmente riscontrabile nei due antitetici atteggiamenti culturali una risposta, sì diversificata, ma coerente (culturalmente e psicologicamente) rispetto alle medesime urgenze, specifiche del tempo e, nel contempo, eterne.
FDN - Parlatemi o citatemi dei vostri lavori nei quali avete sentito maggiormente la relazione con il vostro corpo.
M&R -Tutti i nostri progetti coinvolgono profondamente una riflessione sul corpo e sulla sensorialità digitalmente “espansa” in una sorta di flusso coscienziale.
Ma proprio per questo – e il paradosso è solo apparente - per noi il corpo è un salvifico vincolo di realtà in grado di determinarci in un “qui e ora” storico e biologico. E’ un baluardo contro l’indistinto e, proprio per questo, è anche il naturale orizzonte prospettico della rappresentazione mentale capace di coglierlo. Ma è, soprattutto, il vaso di concezione alchemica dove “maschile” e “femminile” sono le ineliminabili polarità base. E chi tenta di negarlo si abbandona fatalmente - e comunque - a questo stesso eterno gioco.
E, del resto, come potrebbe non farlo? E, ancora, perché non farlo?
FDN - Sentite il vostro corpo come confine? Oppure vi sentite definitivamente cyborg, sto pensando al manifesto cyborg di Donna Haraway?
M&R - Per il primo punto rimandiamo alla risposta precedente. Per il secondo, rimandiamo alle parole dell’autrice stessa, che dichiara il manifesto:
“l'immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supersalvatori della nuova destra. Significa costruire e distruggere allo stesso tempo macchine, identità, categorie, relazioni, storie spaziali.
Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea.”
Non crediamo che ciò possa riguardarci minimamente, e ciò per esplicita volontà dell’autrice e per nostro totale disinteresse in affermazioni che, a nostro avviso, riguardano il ristretto ambito del suo conflittuale vissuto psicologico.
Oltretutto, nella nostra condizione di esseri umani, ci sentiamo “divinamente”…
FDN - Credete ancora nelle potenzialità dei nuovi media, o pensate che stiamo assistendo ad un momento di stallo?
M&R - I cicli sono, per l’appunto, tali. L’apparente stallo, oltre che da logiche strutturali dei meccanismi macro-economici, è figlio anche dell’urgente necessità di riprogettare il contesto d’azione e gli obiettivi dello sviluppo tecnologico. In altre parole, create le nuove infrastrutture (diffusione capillare dei computer e degli accessi alla Rete, in primis) e indotto così un implicito, conseguente e in parte involontario meccanismo di trasformazione antropologica, resta il problema sconfinato della gestione progettuale - e quindi consapevole - di un tale processo. In questa rinnovata accezione l’Information Technology è, a ben vedere, appena agli inizi.
Ma, più in generale, le potenzialità dei “nuovi” media sono sempre all’inizio: poiché l’uomo è – da sempre – il “nuovo media”. Che si ricapitola, continuamente.
E così le tecnologie, che all’uomo appartengono, mentre da un lato sviluppano soluzioni, dall’altro generano, necessariamente, nuovi contesti e nuovi problemi. Tutti elementi dinamici questi che, assieme a ciò che chiamiamo esperienza esistenziale nel suo complesso, si confrontano e si esauriscono comunque all’interno di un unico teatro, l’uomo.
FDN - E per voi quali sono al momento le vostre ricerche, i vostri progetti in cantiere se in parte me ne potete parlare?
M&R - Le nostre ricerche partono dai concetti di conoscenza di sé e del proprio contesto storico, con l’obiettivo di aumentare sempre di più la capacità progettuale di costruire un linguaggio concettuale rigoroso, tramite l’esperienza di attraversamento estremo del proprio tempo storico definito (“giocare tutti i giochi”, per dirla con Rimbaud).
Per l’oggi, in particolare, ci sforziamo di evidenziare uno scarto, un nuovo punto di vista, in grado di eliminare una frattura percepita (ideologica e non reale) fra il sapere tecnologico e quello umanistico. Le tecnologie legate all'ipermedialità, per le diverse competenze e psicologie che richiedono nel loro impiego professionale, ma anche nel quotidiano di ciascuno, spingono a vedere come unitari questi due macro-ambiti. Siamo, insomma, alle soglie di un neo-umanesimo digitale.
In tal senso, il team di sviluppo ipermediale rappresenta una metafora e, prima ancora, una pratica realizzata di questo processo di rinnovamento culturale: l'unità degli intenti, infatti, si realizza nell'obiettivo finale attraverso un progetto che persegue un output stabilito. Tale concetto, nel gergo dei grafici, degli sviluppatori e dei marketers, definisce l’”uscita” finale (sia in termini materiali che concettuali) di un prodotto, stabilita in base all’efficacia e alla coerenza rispetto al conseguimento di determinati obiettivi e risultati. Perciò, per essere efficace, tale prodotto deve aver sviluppato al suo interno, nelle griglie logico-progettuali che lo reggono, un intima coerenza con tali obiettivi, allo scopo di aderirvi totalmente, materialmente e concettualmente, pena l’inefficacia e il fallimento sul piano della comunicazione.
Pertanto, estendendo e portando alle estreme conseguenze questo concetto in un ambito di ricerca artistica contemporanea, per noi l'output rappresenta la risultante di un atto cosciente di ricomposizione culturale ed estetica intorno ad una serie di necessità storicamente date. Insomma, un processo teso alla propria continua ridefinizione, espresso nello sforzo di “bucare”, in maniera coerente e densa, il “rumore” indistinto contemporaneo, frutto dell’eccesso “disordinato” di comunicazione, artistica e non.
FDN - Chi è per voi Duchamp, vi sentite suoi figli in qualche modo?
M&R - Non possiamo che dirci duchampiani. Indubbiamente.
Il perché è facilmente intuibile. L’opera di Macel Duchamp ha cambiato per sempre le “regole del gioco”, inaugurando la pratica di una progettualità estrema, che si esprime attraverso un processo quasi biologico di totale adesione creativa alla logica delle proprie possibilità esistenziali. Dopo Duchamp, la sperimentazione non è più un ambito concettuale o un atteggiamento formale, ma diviene, a 360º, la pratica artistica tout court, nutrita da una prospettiva di rigorosa e personale adesione alla vita.
Da quel momento, quindi, l’artista può tornare ad occuparsi di ciò che gli è realmente peculiare: la propria immaginazione. Il termine non va inteso però come un sinonimo di “fantasia”. Esso individua invece quella particolare facoltà, nutrita ad un tempo da capacità critica ed analitica, che permette di cogliere le peculiarità distintive, uniche ed eterne, del proprio tempo.
FDN - Parlatemi del vostro rapporto con il suono, la musica, siete contaminati da Cage e Fluxus oppure sono altre le vostre contaminazioni?
M&R -La musica ci piace molto, per la sua capacità di influenzarci e di trasformare gli ambienti e le situazioni. Ascoltiamo molto jazz e molta musica elettronica: cerchiamo il sound del nostro tempo. Consideriamo certi autori (DaftPunk, ChemicalBrothers, per esempio, ma anche Kraftwerk, SchneiderTM ecc.), come interlocutori artistici con cui confrontarci, al pari degli artisti visivi o dei designer multimediali. |